L'UE Investe 20 Miliardi per le Gigafactory AI
La Commissione europea si prepara a lanciare uno dei suoi progetti più ambiziosi sull'intelligenza artificiale. Nelle intenzioni di Bruxelles, queste strutture dovrebbero rafforzare l'autonomia tecnologica del continente e ridurre la dipendenza dalle infrastrutture di Stati Uniti e Cina.
Il piano era stato illustrato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen l'11 febbraio 2025 al vertice sull'AI di Parigi e viene presentato come la risposta europea alla corsa globale per la potenza di calcolo, diventata uno dei principali fattori competitivi nello sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale generativa.
La Strategia Europea
Da una parte ci sono gli Stati Uniti, dove gruppi come OpenAI e Anthropic lavorano su modelli di grandi dimensioni sostenuti da investimenti privati enormi. Dall'altra la Cina, che continua a rafforzare la propria filiera tecnologica. In mezzo, l'Europa prova a ritagliarsi uno spazio, ma parte in ritardo.
L'idea della Commissione è costruire tra quattro e cinque mega impianti, ciascuno dotato di circa 100mila GPU. Ogni struttura sarebbe circa quattro volte più grande delle cosiddette AI Factories già annunciate dall'Unione e dovrebbe servire startup, centri di ricerca e aziende europee impegnate nello sviluppo di sistemi avanzati.
Il Finanziamento
Il finanziamento dovrebbe combinare risorse pubbliche e private. Dal lato europeo è stato predisposto un fondo da 20 miliardi di euro. Secondo la Commissione, durante una verifica informale dello scorso anno sono arrivate 76 candidature per 60 siti distribuiti in 16 Paesi.
Tra i soggetti interessati compare anche Scaleway, società francese già attiva nel cloud e nelle infrastrutture digitali. Bruxelles legge questi numeri come un segnale di interesse concreto del mercato.
I Dubbi degli Eurodeputati e degli Analisti
È su questo passaggio che si concentrano le obiezioni più forti. Per molti osservatori, il problema non è tanto costruire nuovi centri di calcolo, quanto capire se in Europa esista un numero sufficiente di imprese capaci di assorbire quella potenza.
Il deputato europeo tedesco Sergey Lagodinsky, dei Verdi, ha sintetizzato la critica in modo netto durante un evento a Bruxelles: nessuno, ha detto, gli ha saputo spiegare quale sia il modello di business delle gigafactory. L'argomento "serve più capacità di calcolo in Europa" non gli basta. La domanda, ha osservato, resta sempre la stessa: per fare cosa e per conto di chi.
La Fragilità della Domanda Interna
La fragilità della domanda interna dipende anche dalla posizione che l'Europa occupa oggi nella filiera dell'AI. Negli ultimi anni l'Unione ha puntato molto sulla regolazione, culminata nell'AI Act, e molto meno sulla costruzione di campioni industriali paragonabili ai grandi gruppi statunitensi.
Questo squilibrio, secondo i critici, presenta ora il conto. Le grandi piattaforme americane hanno accumulato un vantaggio su più fronti: accesso ai capitali, disponibilità di chip, data center, ecosistemi cloud, basi utenti e massa critica di dati e ricercatori.
La Risposta della Commissione
La Commissione respinge queste critiche e difende il progetto con un argomento politico prima ancora che economico. Secondo il portavoce Thomas Regnier, il punto non è soltanto avere "raw compute", potenza di calcolo grezza, ma "sovereign compute", cioè capacità computazionale sovrana.
Il concetto richiama una delle parole chiave della nuova politica industriale europea: autonomia strategica. In questo quadro, il valore delle gigafactory non si misura solo con i conti economici di breve periodo. Disporre di grandi infrastrutture sul territorio europeo significherebbe avere più controllo su dati, sicurezza, continuità operativa, ricerca e catene di fornitura.
Il Futuro delle Gigafactory
In un settore dove i cicli tecnologici si accorciano rapidamente, anche pochi anni di ritardo possono ridurre il valore di investimenti molto grandi. La sovranità tecnologica ha un costo elevato, e per reggere ha bisogno di priorità chiare.
Se le gigafactory nasceranno senza una domanda stabile, con modelli di governance incerti e tempi lunghi di realizzazione, il rischio è di immobilizzare capitale pubblico in infrastrutture sottoutilizzate.
Il nome che ricorre più spesso quando si parla di AI europea è Mistral, la società francese considerata il principale campione continentale nel settore dei modelli generativi. Il punto, però, è che proprio Mistral mostra i limiti dell'impostazione europea. L'azienda non sta aspettando le gigafactory finanziate da Bruxelles: sta costruendo da sola la propria infrastruttura.
A febbraio la società ha annunciato un investimento da 1,2 miliardi di euro in data center in Svezia. Alla fine di marzo ha raccolto 830 milioni di dollari per finanziare un centro con quasi 14 mila GPU vicino a Parigi.
La scelta ha un significato preciso. Chi ha la capacità industriale e finanziaria per muoversi su questa scala preferisce assicurarsi in autonomia le risorse di calcolo, senza attendere i tempi della macchina europea.
Qui emerge un paradosso. Se l'unico vero attore europeo in grado di usare grandi volumi di potenza computazionale costruisce da sé le proprie strutture, la domanda per i mega impianti pubblici o semi-pubblici si riduce ulteriormente.
E se gli altri soggetti del mercato sono startup più piccole, università o centri di ricerca, allora potrebbe essere più utile distribuire le risorse su infrastrutture intermedie, più accessibili e meno costose.