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L’intelligenza artificiale in medicina: come aiuta i pazienti e i medici

Vanity Fair Italia 23 ottobre 2026

Abbiamo posto questa domanda (e molte altre) al professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, e lui ci ha parlato della complessità della medicina moderna, del futuro della professione e del perché non dobbiamo aver paura dell’IA, anzi.

La rivoluzione del ragionamento clinico

L’intelligenza artificiale supera oggi il medico nel ragionamento clinico, nella capacità diagnostica e nell’indicare le diverse possibili soluzioni terapeutiche. Secondo i dati diffusi da OpenAI a gennaio 2026, oltre 230 milioni di persone nel mondo ponevano ogni settimana a ChatGPT domande sulla salute e sul benessere: come medici non possiamo ignorare questa realtà. Non vuol dire che il medico non serve più, ma che deve lavorare a un livello più alto.

Molti dicono che sbaglia. Spesso si approcciano al problema dell’IA persone che non la utilizzano nel lavoro di tutti i giorni. Certo che può sbagliare, ma la domanda da farsi è un’altra: sbaglia di più o meno del medico? Questo è il punto.

Gli studi di riferimento

Un studio del giugno 2025 ha valutato MAI-DxO, un sistema sperimentale di Microsoft che, utilizzando il modello o3 di OpenAI nella configurazione di massima accuratezza, ha risolto correttamente l’85,5 per cento di 304 casi clinici complessi pubblicati sul New England Journal of Medicine. Ventuno medici hanno raggiunto in media il 20 per cento. E quindi è chiaro che sbaglia di meno. Del resto, si pubblica un articolo di medicina ogni 39 secondi. Anche se uno volesse guardare l’abstract, ci vorrebbero 22 ore di un giorno per leggerli tutti. E poi come è possibile pensare di ricordarli? Non si può chiedere al medico di fare tutto questo, anche perché la medicina, più si va avanti, più diventa complicata: genetica, esami di laboratorio, esami radiologici, genomica, proteomica. È impossibile per un medico sapere tutto contemporaneamente. L’IA diventerà insostituibile.

Riduzione degli errori medici

Gli errori medici sono molto frequenti. Non lo dico per accusare i medici, tutt’altro. Resta il fatto che l’errore, in tutto il mondo, porta a settemila morti evitabili ogni giorno. L’IA potrebbe sicuramente aiutare a ridurre questo numero.

L’educazione medica del futuro

Questa domanda è importante. Al punto che a febbraio organizziamo in Istituto un incontro a cui parteciperà il direttore della rivista di medicina più importante d’Europa, The Lancet, e diversi professori da tutto il mondo. Lavoreremo insieme per fare il punto sull’educazione medica del futuro, penso che debba cambiare completamente. Non sappiamo ancora esattamente come, ma secondo me, non ci saranno più lezioni frontali, non avrà più senso che gli studenti mandino a memoria la distribuzione delle ossa del piede e dove passano i nervi cranici, perché c’è già tutto nel telefonino. Bisogna immaginare un curriculum di studi di medicina che non sia più fatto di anatomia, fisiologia, patologia generale, semeiotica medica, come è da cento anni. Bisognerà imparare ad utilizzare i nuovi strumenti che abbiamo a disposizione.

Il ruolo dei professori

Il problema sarà trovare chi insegna queste cose. Perché se la medicina cambia per i ragazzi, deve cambiare completamente anche per i professori. È anche possibile che i giovani siano più svelti dei professori nell’analizzare e utilizzare questi strumenti. È molto complesso, ma certamente è un processo inarrestabile. I medici devono conoscerne fino in fondo i vantaggi e i limiti, per loro e per i loro ammalati: sapere che cosa chiedere e che cosa questi strumenti non possono dare.

Applicazioni concrete in ambito clinico

Le faccio degli esempi. Prendiamo un bambino di 8 giorni con problemi renali che ha fatto un’ecografia renale per dilatazione della pelvi (la parte del rene dove si raccoglie l’urina prima di arrivare all’uretere). L’IA analizza il quadro, ti dice cosa significa in pratica, che implicazioni ha per la crescita di un bambino, se richiede solo controlli o si debba allertare un chirurgo pediatra in rapporto alla possibile evoluzione. È veramente impressionante.

Un altro esempio: un paziente con fibrosi cistica sottoposto a trapianto di polmone. Fai vedere all’Intelligenza artificiale le immagini della TAC e l’interpretazione (basata solamente sulle immagini) è estremamente sofisticata: pressione di riempimento, stato dell’anastomosi venose, drenaggio venoso del trapianto, e tanto d’altro. Un giudizio così richiede conoscenze di patofisiologia, di radiologia del torace, di trapianto, di chirurgia, di medicina delle cure intensive. Insomma, l’IA non si limita a descrivere quello che vede, dimostra una capacità di ragionamento clinico e fra l’altro ti richiede una serie di altre informazioni per un giudizio definitivo.

Scoperta di anomalie invisibili al medico

C’è un caso molto particolare e anche molto istruttivo negli Stati Uniti. Un uomo va al pronto soccorso, fanno un elettrocardiogramma e un ecocardiogramma, la situazione non sembra essere grave, tanto che il paziente viene dimesso. Le immagini del paziente, però, vengono anche analizzate da un sistema – EchoNext – che rivaluta con intelligenza artificiale tutti i referti dei pazienti che si presentano in Pronto soccorso in tempo reale. In questo caso, EchoNext trova anomalie che il medico non aveva visto. Si accorgono del problema, chiamano questo paziente, lo fanno tornare in ospedale. Arriva con la funzione cardiaca gravemente compromessa e alla fine deve fare un trapianto. Non si erano accorti dell’alterazione, l’intelligenza artificiale se n’è accorta.

L’IA nella ricerca e nella pratica clinica

Le racconto questa storia: qualche settimana fa ero a Heidelberg, a un meeting su una malattia rara del complemento di cui noi ci occupiamo tanto. C’erano tutti gli specialisti. A un certo punto si parla di una lesione osservata in alcuni pazienti trattati con un farmaco che, peraltro, li cura. Prima prendevano un po’ di cortisone, un po’ di antinfiammatorio, adesso c’è una cura: una cosa straordinaria. Ma qualcuno ha visto delle lesioni, tecnicamente delle vacuolizzazioni di strutture tubulari. Mentre loro parlano, io chiedo all’IA se il farmaco, che è recentissimo, può indurre vacuolizzazione delle cellule tubulari. Già l’idea che l’IA sappia cos’è questo farmaco è impressionante. Mi risponde che non risultano evidenze di quella specifica alterazione. Nei pochissimi studi fatti finora e nel follow‑up dei pazienti trattati non è stata descritta questa caratteristica. Quindi sa anche dei pazienti trattati: è un farmaco nuovissimo. Naturalmente ho fatto un figurone. Tutti i più grandi esperti del mondo non avevano guardato l’IA. Lei sapeva più di me e di tutti questi esperti.

Uso diffuso in Italia

Non so rispondere a questa domanda. Però, a un recente incontro, mi hanno rivolto una domanda simile e ho risposto: “I medici che utilizzano l’IA sono meglio di quelli che non la utilizzano. E quelli che la utilizzano bene sono meglio ancora di quelli che la utilizzano e basta”. Accanto a me c’era un medico di medicina generale, con una responsabilità in un’organizzazione di medici, che mi ha detto: “Ma perché, secondo te, c’è ancora qualcuno che non usa l’intelligenza artificiale?”

La resistenza al cambiamento

Già nel 1970 William B. Schwartz prevedeva che il computer avrebbe cambiato il modo di praticare e insegnare la medicina. Perché non ne prendiamo atto? Ivan Illich, in un libro che si chiama Nemesi medica, parlava di difesa dell’ortodossia del cami…

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