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La sanità digitale italiana deve imparare a pensare dopo i cantieri

Mondosanità 13 ottobre 2026

Il Servizio sanitario nazionale vive un paradosso. È una delle migliori infrastrutture pubbliche del Paese e deve reggere l'urto dell'innovazione biomedica e digitale proprio mentre crescono pressione demografica, vincoli di spesa e aspettative dei cittadini. In Italia vivono ormai più di due ultrasessantacinquenni per ogni ragazzo sotto i quindici anni, e le cure si spostano verso terapie avanzate e personalizzate che impongono nuove regole di accesso, monitoraggio degli esiti e sostenibilità.

La sanità somiglia sempre meno a un capitolo di spesa e sempre più a un portafoglio di investimenti: ci sono scelte che costano molto oggi e fanno risparmiare moltissimo domani, e altre che sembrano economiche e diventano carissime perché generano complicanze e disuguaglianze. La tecnologia può spingere in entrambe le direzioni; il compito delle politiche pubbliche è farne un acceleratore di sostenibilità.

La prima fase del PNRR

Con la chiusura della Missione 6 del PNRR la prima parte del lavoro è compiuta. Il 95,2 per cento di medici di famiglia e pediatri alimenta il Fascicolo Sanitario Elettronico e il 98,9 per cento dei documenti indicizzati, dalle lettere di dimissione ai referti di laboratorio, radiologia e anatomia patologica, nasce in formato nativo digitale, contro un obiettivo del 90. La telemedicina ha raggiunto oltre 566 mila pazienti, quasi il doppio del target europeo. Il collaudo dell'Ecosistema Dati Sanitari è in corso e potrà essere completato con la pubblicazione del decreto transitorio.

È il passaggio decisivo: la sanità digitale smette di essere una somma di progetti e diventa un sistema. Ma un'infrastruttura che non viene usata al pieno delle sue potenzialità è destinata a fallire. Secondo l'Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, nel 2026 il 53 per cento dei cittadini ha consultato il proprio fascicolo almeno una volta, undici punti in più in un anno; tra i medici di medicina generale la quota sale al 67 per cento, tra gli specialisti si ferma al 48, tra gli infermieri al 30.

Il fascicolo sanitario elettronico

In diverse Regioni, inoltre, una quota rilevante di assistiti non ha ancora autorizzato la consultazione dei propri dati da parte dei professionisti. Il fascicolo è pieno: ora deve diventare vivo. Senza questo passaggio, telemedicina, prevenzione personalizzata e intelligenza artificiale restano promesse scollegate.

L'obiettivo è una memoria clinica pubblica, affidabile e sempre disponibile: chiunque entri in cura, ovunque si trovi, porta con sé la propria storia. Un accesso in urgenza fuori Regione non costringe più a decisioni al buio o a esami ripetuti; prescrizioni, piani terapeutici ed esenzioni si allineano attorno al paziente cronico; nelle persone in politerapia la ricostruzione affidabile delle prescrizioni riduce errori evitabili.

Con l'avvio dei servizi dell'Ecosistema Dati Sanitari e, dal marzo 2027, l'applicazione del regolamento sullo Spazio europeo dei dati sanitari, quella memoria diventerà anche la base per programmazione e ricerca.

Intelligenza artificiale e calcolo quantistico

È qui che intelligenza artificiale e calcolo quantistico cambiano la funzione del presidio sanitario. Oltre che luogo di prestazioni, l'ospedale diventa un centro cognitivo: a ogni accesso ricostruisce episodi recenti, terapie e fragilità per guidare triage e priorità, e impara dai propri dati a correggere gli errori prima che diventino eventi avversi.

Le applicazioni concrete sono tre: simulazione e scoperta di nuove molecole, ottimizzazione di sale operatorie, turni, scorte e logistica, protezione di dati e infrastrutture critiche. Non è uno scenario lontano: a giugno è stato inaugurato a Bologna SOL, il computer quantistico europeo da almeno 140 qubit integrato con il supercomputer Leonardo e aperto anche al settore pubblico.

Ottimizzazione, apprendimento automatico e chimica quantistica, tradotti in sanità, significano pianificazione ospedaliera più intelligente e ricerca biomedica più rapida.

Il rischio dell'intelligenza artificiale

Il rischio è che l'intelligenza artificiale corra più veloce fuori dagli ospedali che dentro. Il 36 per cento dei cittadini usa già chatbot per informarsi su salute, farmaci e terapie, più del triplo di un anno fa. Il 61 per cento di specialisti e medici di famiglia ha usato strumenti generativi nell'ultimo anno, ma solo un terzo degli specialisti è consapevole del rischio di allucinazioni e appena l'11 per cento delle strutture ha adottato soluzioni di supporto alla diagnosi.

Un algoritmo che ascolta con pazienza e risponde con gentilezza acquista un'autorevolezza che può superare quella del medico. La sfida è che l'intelligenza artificiale sia usata in modo pervasivo e responsabile da operatori e strutture competenti, non in modo inconsapevole dai singoli.

La sfida delle competenze

La partita decisiva si gioca quindi sulle competenze. Servono professionisti e decisori capaci di tenere insieme clinica, dati, contratti, sicurezza e diritti, di leggere un percorso di cura come flusso informativo e un flusso informativo come scelta politica. Per questo il piano di formazione sul Fascicolo rivolto a tutto il personale del Servizio sanitario nazionale, costruito con Regioni e università, è un investimento e non un costo.

Il PNRR ci consegna l'infrastruttura. Farla pensare, e farla pensare bene, è il lavoro dei prossimi anni.

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