La nuova frontiera della AI literacy
Il sistema accademico globale affronta una ristrutturazione profonda, guidata dalla necessità di ridefinire i propri metodi educativi di fronte alla diffusione delle tecnologie di intelligenza artificiale generativa. In un recente confronto, l’esperto tecnologico Dan Turchin, amministratore delegato della piattaforma PeopleRain, e Lev Gonick, CIO dell’Arizona State University, hanno esaminato le dinamiche che stanno spingendo le università a superare i propri modelli tradizionali. Il dibattito si concentra sulla strutturazione di una vera e propria AI literacy capace di preparare gli studenti a un mercato lavorativo in costante e rapida evoluzione.
Il tentativo di arginare l’uso improprio di strumenti basati sull’intelligenza artificiale ha spinto alcune istituzioni a compiere passi indietro dal punto di vista metodologico. Come evidenziato da un’inchiesta della giornalista Josephine Walker pubblicata su Axios, in diversi campus statunitensi si registra il ritorno dei cosiddetti “Blue Books“, ossia i tradizionali libretti cartacei impiegati per gli esami scritti a mano. Questa misura viene adottata come deterrente contro le frodi, poiché lo svolgimento di un saggio in tempo reale e senza l’ausilio di dispositivi digitali impedisce l’accesso a supporti esterni, permettendo ai professori di riconoscere lo stile di scrittura autentico dei candidati.
Tuttavia, questa risposta istintiva comporta notevoli problematiche strutturali e rischia di ignorare la realtà occupazionale contemporanea. L’autrice dell’inchiesta definisce questo approccio come una “pedagogia dei dinosauri”, poiché i test scritti a mano e rigidamente temporizzati finiscono per svantaggiare gli studenti con disabilità o coloro che si esprimono in più lingue. Inoltre, una simile modalità non risulta scalabile all’interno di aule universitarie di grandi dimensioni e taglia fuori il 50% degli studenti che oggi frequentano e sostengono esami esclusivamente online. Dal punto di vista prettamente didattico, la valutazione attraverso prove a tempo rischia di catturare soltanto pensieri affrettati, penalizzando la scrittura intesa come un processo naturale di revisione e riflessione profonda.
La sfida della trasformazione educativa
Per quanto riguarda la necessità di cambiare i criteri di giudizio all’interno delle mura accademiche, Dan Turchin ha commentato che Usare l’AI per la ricerca e la sintesi delle idee è una competenza richiesta e non dovrebbe essere considerata un imbroglio in ambito accademico
. La struttura secolare delle università, basata su classi fisiche, esami standardizzati e percorsi quadriennali, mostra chiari segni di obsolescenza in un mondo in cui i ruoli e le competenze necessarie cambiano nel giro di settimane.
Di fronte a questa accelerazione, la definizione di AI literacy non può rimanere ancorata alla semplice padronanza tecnica di un software o di un linguaggio di programmazione temporaneo. Lev Gonick, forte di un’esperienza quarantennale nel settore dell’istruzione superiore, spiega che lo stato attuale della tecnologia rappresenta solo l’inizio di un percorso a lungo termine, metaforicamente descritto come la fine del primo inning di una partita di baseball. Le competenze puramente tecniche apprese oggi sono destinate a cambiare radicalmente o a diventare del tutto obsolete nell’arco di appena sei mesi.
Formare le competenze durature del futuro
Per questa ragione, lo sviluppo di una solida AI literacy deve fondarsi su abilità trasversali e durature che mettono al centro l’ingegno e il pensiero critico dell’individuo. Come dichiarato da Gonick, Le competenze durature non sono quelle tecniche, ma quelle che chiamiamo smart skills: la capacità di porre domande, l’arte del prompting, il pensiero critico e la collaborazione
. L’obiettivo fondamentale dell’integrazione tecnologica nei programmi di studio deve essere il potenziamento delle facoltà umane e la capacità di strutturare narrazioni complesse.
Un’istruzione all’altezza della sperimentazione
L’applicazione pratica di questa visione richiede una revisione profonda dei corsi di studio tradizionali per evitare che l’approccio rimanga puramente teorico. Presso l’Arizona State University, ad esempio, i corsi di composizione inglese, che coinvolgono circa 25mila studenti ogni anno, sono stati interamente rimodellati per integrare l’uso dell’intelligenza artificiale come uno strumento in grado di sbloccare la capacità d’azione e di espressione degli studenti.
Un altro esempio emblematico di questo orientamento è il corso intitolato The Agentic Self, guidato all’interno dell’ateneo dal noto artista e produttore Will.i.am in veste di docente. Il programma è specificamente orientato a insegnare ai profili creativi come utilizzare attivamente gli strumenti tecnologici per proteggere, valorizzare e potenziare il proprio lavoro d’ingegno. Questo percorso formativo mira a fornire agli studenti gli strumenti concettuali necessari per evitare il processo di degradazione qualitativa delle piattaforme digitali, teorizzato dal saggista Cory Doctorow con il termine di enshittification. Grazie a questa impostazione, la AI literacy si trasforma in uno scudo critico e in una leva di emancipazione professionale per i futuri laureati.
Agilità operativa e innovazione istituzionale
Per evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale rimanga bloccata nelle maglie della burocrazia, le istituzioni accademiche devono sviluppare un’elevata agilità operativa. Gonick sottolinea che, mentre la maggior parte delle università si trova bloccata in lunghe discussioni sulla governance della tecnologia, il suo ateneo ha scelto di applicare una metodologia orientata al design-build, che consiste nel costruire, testare e validare le soluzioni tecnologiche contemporaneamente alla loro progettazione. Spiegando l’approccio dell’ateneo, Gonick ha affermato: Alla ASU, l’assunzione di rischi calcolati fa parte del nostro DNA; crediamo nella necessità di innovare per non essere sopraffatti
.
Questo approccio si basa sul principio dell’innovazione guidata dai valori, permettendo a migliaia di docenti e a decine di migliaia di studenti di agire come attori principali della sperimentazione.
Che cos’è e come funziona CreateAI
L’ateneo ha concretizzato questa strategia sviluppando una propria infrastruttura tecnologica indipendente denominata CreateAI. All’interno di questa piattaforma operano stabilmente oltre 21mila creatori, tra studenti e membri del personale, impegnati nello sviluppo quotidiano di applicazioni e funzionalità basate sull’intelligenza artificiale, espressamente dedicate al miglioramento dell’insegnamento e all’ottimizzazione dei flussi