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La IA se ha convertido en la coartada perfecta per ogni cosa: alle aziende serve per sia risparmiare che espandersi

Xataka 12 luglio 2026

Tra il 2026, Asha Sharma, nuova CEO della Xbox, ha annunciato questa settimana il licenziamento di 1.600 persone all’interno della sua divisione, segnando il primo passo di un piano che prevede ulteriori risparmi, fino a ben 3.200 posti di lavoro, entro l’anno. Tre giorni dopo, la Federal Reserve americana ha annunciato il suo coinvolgimento al fianco di una task force che esamina il futuro del lavoro e della produttività nell’era dell’intelligenza artificiale. Tra i membri figura anche Marc Andreessen, un grande sostenitore della tecnologia e di un futuro dove l’IA sostituirà gran parte del lavoro umano.

Come la tecnologia diventa una giustificazione

I dati sull’operazione lanciata da Sharma, presentati nel comunicato ufficiale, sono incontestabili: Xbox ha perso 64 centesimi per ogni dollaro investito in piccoli studi indipendenti, con margini da tre a dieci volte peggio rispetto ad altri settori del mercato. Ma il comunicato sottolinea anche una cosa importante: quei posti di lavoro sono stati ridotti non a causa dell’intelligenza artificiale, bensì perché l’azienda sta riorientando personale e investimenti verso le priorità strategiche legate alla sua infrastruttura IA.

Il punto fondamentale? La realtà che si comunica ai lavoratori è differente da quella che si svela ai vertici e agli investitori. Questo è il punto debole: l’IA è diventata la copertura ideale per giustificare qualsiasi tipo di decisione. Ora non esiste solo come tecnologia, ma come un termine che permette di validare una qualsiasi operazione. Lo schema si ripete sempre più frequentemente, con lo stesso verbo usato ogni volta: “riorientare”, mai “sostituire”.

I casi in primo piano

Le aziende più grandi, quelle con le risorse finanziarie per scommettere sull’innovazione, continuano a fare movimenti significativi, non senza una costante menzione dell’IA come strategia centrale:

    • Amazon: ha licenziato 16.000 persone come seconda ondata di tagli in tre mesi, seguendo i 14.000 di ottobre, mentre stanziava un investimento da 200 milioni di dollari per la costruzione di sistemi di intelligenza artificiale.
    • Meta: ha ridotto la forza lavoro del 10% e, nello stesso momento, ha aumentato i piani di investimento per espansione e costruzione di nuovi data center.
    • Google: ha liquidato parte delle sue attività in ambito cloud (tra cui l’unità cybersecurity), usando come giustificazione il bisogno di reinvestire in aree di crescita, come l’IA.
    • Cloudflare: ha licenziato 1.100 posti, motivando con la preparazione per il periodo “agente”, dove le IA saranno più autonomi e indipendenti.

Il gioco dei riferimenti

I tagli non parlano di tecnologia, ma rivelano il modo in cui i manager attribuiscono valore alle divisioni interne. La decisione di ridurre il personale non cade dove l’IA è già operativa, ma in quelle aree che presentano peggiori moltiplicatori di business o che non raccontano un futuro chiaro. L’intelligenza artificiale non esegue effettivamente i tagli — ma determina chi sopravvive agli assettaggi aziendali.

Il movimento non è uniforme. Anche in casi diversi, il ricorso all’IA assume sfumature differenti:

    • SAP: ha sospeso le assunzioni per finanziare una “forte scommessa sull’IA”, anche se la quotazione del gruppo segna un calo del 49% in un anno. La sua presidente ha persino dichiarato di non sapere quanto tempo passerà prima che chiunque programmi dentro l’azienda venga sostituito.
    • Intel: ha ammesso di non essere tra le prime dieci del settore, e che sta perdendo terreno rispetto a NVIDIA. In risposta ai problemi del mercato, ha effettuato un taglio del 20% della forza lavoro, spostandosi verso una IA locale e meno dipendente dal cloud.

Una mette ogni risorsa su una scommessa; l’altra fa un passo indietro. Tuttavia, entrambe chiamano la loro strategia “IA”. È un termine versatile per spiegare decisioni al pubblico, per evitare ulteriori domande.

Perché “AI” sta andando virale

Sembra quasi che la parola “AI” abbia sostituito qualunque altra strategia: non importa dove si vada o cos’abbia senso fare. È diventata l’espressione standard da usare per non dire altro. Un esempio concreto in questo senso viene da STMicroelectronics. L’azienda ha annunciato nel 2025 un piano di 2.800 licenziamenti, ma quando la “IA” era più una mossa speculativa, l’azienda non aveva nemmeno un piano chiaro. Eppure, nella nota ufficiale si fa comunque riferimento all’AI come elemento chiave per giustificare la riduzione.

Cosa acquistano le aziende con questi tagli?

Non si tratta ancora di una vera produttività, né di un progresso tangibile: il credito che guadagnano queste aziende serve per continuare a raccontare una narrazione convincente. Il rischio, però, è che quando le promesse falliscono — come accaduto a Microsoft lo scorso mese di giugno, quando il mercato ha risposto male a un atteggiamento poco chiaro rispetto all’AI — le conseguenze si fanno sentire.

Aiutano anche una cosa in particolare: dare copertura per prendere decisioni dolorose, come l’eliminazione di un piccolo memoriale all’interno di Bethesda, dove i dipendenti avevano lasciato foto dei licenziati. La forza dell’immagine aziendale richiede che l’azienda tenga fuori questo tipo di emozioni — o che la realtà che si presenta si conformi a una narrative ufficiale.

Cosa chiederci davvero

Quando sentiamo che una decisione aziendale — o addirittura una politica aziendale — si basa sull’IA, la domanda da porsi non è “è giusta o non giusta?”, ma piuttosto chi trae beneficio da questo tipo di diagnosi, e a chi serve veramente questo discorso. La tecnologia dell’intelligenza artificiale non solo modifica il modo in cui lavoriamo, ma anche il linguaggio con cui le aziende si raccontano al mondo. Questo è il momento per chiederci chi sta davvero decidendo cos’è un buon business quando l’etichetta è firmata da chi ci guadagna.

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