La Google Search ha urgentemente bisogno di un aggiornamento – perché l'intelligenza artificiale è la strada sbagliata
Chiunque abbia avuto accesso a internet negli anni Novanta ricorda la semplice struttura iniziale della Google Search: una pagina rasa con link blu e testo minimal, in grado di fornire risultati chiari e pertinenti. Tutto questo, però, sembra scomparso da anni. Oggi la Google Search è intralciata da widgets vari, video YouTube e altre funzioni che, almeno per il momento, non sembrano migliorare l’esperienza utente. Inoltre, Google sta cercando di abbandonare la sua funzione di ricerca per affidarsi sempre più a grandi modelli linguistici generativi, una strategia che, a nostro avviso, non è solo errata, ma potrebbe rappresentare un rischio significativo per il suo modello di business.
Un'evoluzione forzata?
Le ultime innovazioni di Google, mostrate in occasione della Google I/O 2026, non rispondono necessariamente a un bisogno espresso dagli utenti, ma sembrano spinte dall’idea di “aggiungere di tutto in ogni prodotto”. Per fare un esempio, le cosiddette “sintesi KI” non nascono da una richiesta chiara da parte dell’utente medio. Si tratta invece di un modo di fornire una sorta di spolverata tecnologica a un prodotto che, in verità, non sembra averne realmente bisogno.
Anche se le statistiche sembrano incoraggianti – come la notevole diffusione di utilizzo riportata (2.5 miliardi di utenti attivi al mese) – si sa veramente poco su come vengono utilizzate queste funzioni e se realmente soddisfano le aspettative degli utenti. Secondo un’analisi di Ahrefs del 2025, queste sintesi appaiono in circa il 20% di tutte le richieste di ricerca. Per quelle che coinvolgono sette o più parole, la percentuale sale al 46%. Tuttavia, la volontà di Google di integrare ulteriormente la KI genera una sensazione di sopraffazione.
La chatbot nella ricerca
La normalissima barra di ricerca, fino a poco tempo fa quasi completamente libera da interventi KI, sta gradualmente trasformandosi in una finestra simile a quella di un chatbot, con funzionalità che ricordano molto quelle di ChatGPT. A prima vista sembra logico: il motivo per cui gli utenti utilizzano chatbot è principalmente per raccogliere informazioni, un campo in cui Google ha sempre dominato.
Il fattore chiave qua è l’immensa potenza di Google nel settore delle ricerche online e nei contenuti digitali. Le sue strategie spesso si rivolgono a una clientela di nicchia, ma di notevole peso economico, come i sostenitori di abbonamenti a vita (Pro o Ultra, ad esempio), per i quali si sta sviluppando una generazione di agenti KI in grado di effettuare ricerche automatiche. La tendenza sembra voler abbandonare la componente umana a favore di modelli di machine learning che, almeno per ora, non offrono risultati eccezionali.
La promessa della semplificazione
I risultati delle ricerche Google, da anni, sono soverchiati da una quantità di link e di widget, eppure l’idea di offrire un’esperienza più lineare agli utenti non è male. In fondo, una ricerca più pulita e organica sarebbe certamente un vantaggio. Il problema sorge nel momento in cui si utilizza generative AI – un sistema ancora fallace e incline a produrre informazioni errate – come risposta centrale.
La strategia di Google non è priva di criticità: generative KI, in quanto tale, è ancora nella fase di esperimento. Se una ricerca è affidata a modelli KI in continua evoluzione, c’è sempre il rischio di ricevere informazioni poco corrette o addirittura inventate. E questo rappresenta non solo una questione di esperienza utente, ma potenzialmente anche un rischio per la credibilità del marchio.
Un rischio per il modello economico
Google ha sempre guadagnato una percentuale molto alta del proprio fatturato – quasi tre quarti – grazie alla pubblicità online. In particolare, la sua Search Engine advertising rappresenta più della metà del totale. Se però i risultati futuri passeranno per la mediazione di agenti KI – agenti che non mostreranno annunci tradizionali – c’è da preoccuparsi che Google possa danneggiare la propria redditività. Questo perché chiunque utilizzi un assistente KI probabilmente non cliccherà su banner o link pubblicitari.
Vi è inoltre il fattore costo: il Gemini 3.5 Flash, modello KI di Google standardizzato nel nuovo KI-Mode, costa circa cinque volte tanto l’anteggiacente Gemini 3 Flash. Questo aumento del budget di gestione potrebbe essere compensato con nuovi modelli di advertising integrati nei report generati dalla KI. Tuttavia, questa soluzione non convince pienamente, soprattutto perché non esiste un consenso forte da parte degli sponsor. Inoltre, l’introduzione di chatbot come Gemini potrebbe generare una certa fuga di fiducia, visto che potrebbe accedere a dati sensibili, come chat, email, file Google Drive o calendari.
Il passo indietro verso il passato
Una Google che torni a rifiatare sull’ottimizzazione del motore di ricerca originale sembra ormai una chimera. Eppure, forse è solo una questione di interesse. D’altronde, l’attenzione su KI da parte di Google sembra quasi un’ammissione svelata: il motore di ricerca non è più così attraente per gli utenti. Se Google fosse in grado di fornire, come faceva anni fa, informazioni chiari e pertinenti, non ci sarebbe bisogno di modelli KI per filtrare il contenuto.
Quando la celebre filosofia “Don’t be evil” regnava suprema, Google si presentava come lo specchio trasparente di Internet. In futuro, però, il compito di filtrare i contenuti e di offrire una navigazione orientata a un utente “ottimizzato” sembrerebbe affidato ai modelli KI. Ciò non è solo una de-potenziamento degli utenti, ma anche una minaccia alle basi del libero Internet – un modello che vive di contenuti diversi e di voci multiple.
Una soluzione sostenibile?
Nonostante i rischi, Google sembra determinata a continuare nel processo di sostituzione della sua funzione tradizionale in cerca di un nuovo paradigma. Forse, però, invece di puntare a una rivoluzione KI-centric, la compagnia dovrebbe riconsiderare l’ottimizzazione della sua piattaforma esistente, con focus su una ricerca più precisa e rispondente.
La Google Search non è solo un prodotto, è il motore che alimenta il traffico e la credibilità del Web. Una strategia saggio non significa forzare una transizione tecnologica, ma piuttosto reinventare il proprio valore nel modo più genuino e trasparente. Senza la fiducia degli utenti, nessuna innovazione tecnologica potrà mai sostenere Google fino alla fine.