Intelligenza Artificiale Nelle Aule: Usarla Senza Farsi Usare
L’intelligenza artificiale è ormai entrata nelle aule e nelle relazioni educative. Dalle parole degli studenti emergono opportunità, rischi e domande scomode per adulti, docenti e genitori: non solo come usare l’IA, ma cosa preservare di umano nella scuola. Consulente e docente in digital marketing, divulgatore della cultura digitale.
Un ragazzo e un sostituto
Quest’anno scolastico l’intelligenza artificiale è entrata davvero nelle aule, non solo nei convegni e nei titoli dei giornali. L’ho vista nei laboratori con gli studenti, nelle domande dei genitori durante le serate formative, nelle frasi buttate lì dai ragazzi durante un brainstorming. E quello che ho imparato, parlando con loro, mi sembra più utile di qualsiasi report sul tema.
Partiamo da un episodio. Poche settimane fa ero in una terza media, dentro un percorso che chiamiamo “Teste accese, usa e non farti usare dall’intelligenza artificiale” (gioco di parole voluto, perché il rischio reale è proprio quello: farsi usare). Durante un brainstorming chiedo a un ragazzo: secondo te cos’è l’intelligenza artificiale? Mi risponde, secco: “Un sostituto.” Gli chiedo se intende che gli fa i compiti, che decide al posto suo. Mi corregge: “No. Nel senso che sto diventando grande, e non posso chiedere sempre ai miei genitori o ai miei insegnanti cosa fare. Quindi sto iniziando a usare ChatGPT. Per me sarà un sostituto dei miei genitori, dei miei insegnanti. Un nuovo punto di riferimento.”
La guida non è sempre umana
Ci ho pensato per giorni. Non perché mi abbia sorpreso che un tredicenne cerchi punti di riferimento fuori da casa, è normale, fa parte della crescita. Mi ha colpito a chi stiamo affidando questa funzione di guida. Dietro ChatGPT, Gemini, Claude e compagnia ci sono multinazionali che, comprensibilmente, guadagnano anche in base a quanto questi strumenti diventano indispensabili per noi. Se io, a 47 anni, faccio fatica a resistere alle sirene digitali, per un ragazzo di tredici anni sarà molto più difficile.
Quindi dobbiamo prestare attenzione a non lasciare che diventino, con troppa leggerezza, amici tascabili: sostituti comodi delle relazioni umane. Questo è il primo apprendimento dell’anno: l’IA non sta solo cambiando il modo in cui studiamo o lavoriamo. Sta entrando nei processi attraverso cui i ragazzi costruiscono relazioni e identità. E quando uno strumento inizia a occupare lo spazio che prima era della famiglia o della scuola, la domanda da farsi non è come lo blocco, ma perché in quello spazio c’è un vuoto che un chatbot riesce a riempire così in fretta. È una domanda che riguarda noi adulti, prima ancora che i ragazzi.
Raccontare non sempre serve...
Secondo episodio, sempre una terza media, sempre quest’anno. Stavolta il punto di partenza è diverso: come l’IA può aiutare a studiare, nella logica del tutor che spiega un concetto difficile in un altro modo. I ragazzi stessi mi hanno parlato di strumenti come NotebookLM, e di altre app come Knowunity o Gamma, usate non per fare i compiti al posto loro, anche quello succede, ma per studiare meglio.
Abbiamo ragionato insieme sul fatto che copiare indebolisce le proprie capacità, punto fermo. Poi qualcuno alza la mano e dice: “Sì, ma anche i prof usano l’IA per preparare le lezioni.” Rispondo che può essere utile anche per loro. E loro: “Utile, ok, ma se poi vengono in classe e leggi quello che ha scritto ChatGPT, si vede.” Sono rimasto lì, un attimo spiazzato, a cercare le parole giuste senza mettere in cattiva luce nessun collega.
Percezione chiara dei ragazzi
Ma il punto che hanno sollevato resta valido: questi ragazzi riconoscono lo stile dell’IA nei testi scritti tanto quanto noi riconosciamo un’immagine o un video generato artificialmente, forse anche meglio. E raccontano episodi simili con i genitori, con altri insegnanti. Quindi mondo adulto: attenzione a puntare il dito solo verso i ragazzi quando si parla di uso eccessivo o poco trasparente dell’IA.
Se vogliamo che non la usino per copiare, dovremmo essere i primi a non scrivere appoggiandoci a un assistente in ogni occasione e poi fingere che sia farina del nostro sacco. I ragazzi non se ne accorgono per caso: stanno semplicemente prestando più attenzione di noi.
Cambiamenti significativi nell’educazione
Tenendo insieme questi due episodi, e tutte le sessioni che ho condotto quest’anno con classi, collegi docenti e gruppi di genitori, qualcosa di chiaro emerge. L’apprendimento sta diventando più personalizzabile, uno studente può farsi spiegare lo stesso concetto in cinque modi diversi finché non lo capisce.
Ma le relazioni educative rischiano di indebolirsi se lasciamo che lo strumento occupi spazi che dovrebbero restare umani. E il benessere dei ragazzi dipende sempre di più da quanto siamo capaci, noi adulti, di accompagnarli a usare questi strumenti senza diventarne dipendenti, né tantomeno spaventati.
Investire bene i fondi
Ed è proprio per questo che guardo con interesse, anche se con qualche dubbio, al DM 219 ” Snodi formativi sull’Intelligenza Artificiale”, che mette a disposizione 100 milioni di euro per formare il personale scolastico. È una cifra enorme, e di per sé è un’ottima notizia. Ma proprio perché parliamo di 100 milioni, mi sembra giusto farsi una domanda scomoda: li stiamo investendo nel modo giusto?
- La sfida non è spendere questi fondi entro dicembre 2026, ma capire cosa resterà nelle scuole quando quei fondi saranno finiti.
- Se questa formazione si riduce a imparare l’ultimo strumento o l’ultima piattaforma, avremo perso un’occasione enorme.
- i due ragazzi che ho incontrato quest’anno meritano di meglio.
Cosa l’intelligenza artificiale non sà fare
Quello che ho visto in classe quest’anno mi dice che la priorità dovrebbe essere un’altra: aiutare insegnanti e ragazzi a riconoscere cos’l’Intelligenza artificiale ancora non sa fare. Non sa ascoltare davvero, nel senso di cogliere quello che un ragazzo non dice. Non costruisce una relazione educativa, che si fonda su fiducia, tempo, errori condivisi. Non si assume responsabilità di fronte a una classe o a una famiglia. E non sa, per fortuna, sostituire il pensiero critico che si forma proprio mettendo in discussione le risorse facili, incluse le sue.
Forse la domanda più utile, per chi lavora a scuola, non è come insegnare a usare l