Intelligenza Artificiale, intervista a Silvio Savarese: «L’Europa investa con l’Italia protagonista»
È considerato tra le personalità più influenti al mondo nel campo dell'intelligenza artificiale, della computer vision e della robotica sociale. Ricopre attualmente i prestigiosi ruoli di Executive Vice President e Chief Scientist alla Salesforce e di professore aggiunto di Informatica alla Stanford University. Ma il napoletano Silvio Savarese è anche l'unico membro italiano dell'Independent International Scientific Panel on AI delle Nazioni Unite, un organo composto da 40 esperti globali nato per valutare in modo indipendente i rischi e le opportunità dell'intelligenza artificiale.
Agentic AI: differenze e vantaggi
Professor Savarese, negli ultimi anni la sua attività si è concentrata sull’intelligenza artificiale agentica. Qual è la differenza rispetto agli strumenti che tanti utilizzano usualmente, come ChatGPT o Gemini?
«Nel dibattito pubblico, l’IA viene spesso associata agli strumenti destinati ai consumatori, capaci di rispondere a domande, aiutare a scrivere un testo o generare un’immagine. In ambito industriale e aziendale, però, il valore emerge soprattutto quando questi sistemi vengono integrati nei flussi di lavoro. Gli agenti digitali possono ragionare, pianificare, interagire e agire per raggiungere determinati obiettivi. Consentono di automatizzare attività ripetitive e di gestire processi complessi, con benefici in termini di scalabilità, flessibilità ed efficienza».
Il rischio dell'autonomia
Questa autonomia apre anche nuovi rischi, come i vari incidenti registrati negli ultimi mesi. Come si stabilisce fin dove un agente può agire senza l’intervento umano?
«È una delle questioni centrali della ricerca. Gli incidenti sono avvenuti in laboratori che spingono la frontiera di questi sistemi. Il mio gruppo di ricerca lavora sugli aspetti più avanzati e a settembre abbiamo presentato un nuovo modello interno, pensato per gli agenti e sviluppato con attenzione alla sicurezza. Il punto chiave è l'allineamento con valori e obiettivi umani: se un agente risolve un problema con scorciatoie dannose, c'è un disallineamento. A esso bisogna affiancare regole di sicurezza precise, i cosiddetti guardrails, che definiscano i confini entro cui il sistema può operare».
Definizione dei confini di sicurezza
Chi definisce queste regole, chi sviluppa la piattaforma oppure l’azienda che la utilizza?
«Entrambi. In Salesforce mettiamo a disposizione vincoli di base, che contribuiscono a garantire un utilizzo sicuro degli agenti. Poi ogni cliente può adattarli alle proprie esigenze. La flessibilità non deve tradursi nell’assenza di limiti».
Il ruolo delle Nazioni Unite
Lei da febbraio scorso è l’unico rappresentante italiano al panel delle Nazioni Unite sull’IA. Qual è il lavoro svolto finora?
«Il primo rapporto, presentato a luglio, ha evidenziato le opportunità e i limiti della tecnologia. Un aspetto centrale riguarda la necessità di capire dove i sistemi possono operare con autonomia e dove, invece, occorrono maggiore controllo, trasparenza e supervisione. A settembre abbiamo pubblicato anche un rapporto breve dedicato agli episodi in cui alcuni agenti hanno agito in modo incontrollato».
Il divario Europa-USA e Cina
L’Europa sembra procedere a distanza da Stati Uniti e Cina. Come risolvere questo gap?
«L’Europa si è concentrata molto sulla regolamentazione. L’AI Act rappresenta un contributo importante per definire un quadro di riferimento, ma non è sufficiente. Occorre investire molto di più nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ne abbiamo parlato anche con alcuni colleghi durante gli incontri di Ginevra, a luglio. L’Europa, e in particolare l’Italia, dispone di competenze specifiche che devono essere valorizzate. Il mio suggerimento è aumentare gli investimenti e concentrarli su pochi ambiti critici, capaci di sostenere le eccellenze italiane. Distribuire le risorse senza una direzione precisa rischia di disperdere le opportunità. È preferibile individuare settori nei quali abbiamo competenze consolidate e puntare su quelli. L’Italia ha competenze specifiche, ed è giusto sfruttarle. Per questo ho pensato di sostenere la candidatura di Milano a sede di una nuova struttura delle Nazioni Unite dedicata alla governance dell’IA».
L'iniziativa per Milano
Come nasce questa iniziativa?
«In collaborazione con la Camera di Commercio Americana in Italia, guidata da Simone Crolla, abbiamo promosso un’iniziativa per candidare Milano a sede di una struttura dell’Onu dedicata alla governance dell’IA. L’obiettivo è creare un collegamento tra l’innovazione tecnologica globale e le esigenze del settore pubblico. Ho sostenuto e firmato questa proposta, che intendiamo portare avanti. La partecipazione al panel delle Nazioni Unite mi consente inoltre di confrontarmi con interlocutori istituzionali e di contribuire a mettere in relazione le necessità italiane con il lavoro internazionale sulla governance dell’IA».
I legami con la Federico II
Lei si è formato alla Federico II e ha costruito la sua carriera negli Stati Uniti. Che rapporto conserva con l’Ateneo napoletano?
«Sono molto legato alla mia città e alla Federico II, che lo scorso giugno mi ha conferito un’onorificenza come alumnus illustre. È stato un riconoscimento che mi ha fatto particolarmente piacere. Il mio percorso professionale si è sviluppato negli Stati Uniti, ma continuo a collaborare con colleghi italiani e a seguire le attività che collegano ricerca, imprese e istituzioni. Poter contribuire al confronto sull’intelligenza artificiale portando anche l’esperienza maturata in Italia è per me motivo di orgoglio».