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Il funzionamento interno di Claude svelato da Anthropic

AI Italia Blog 7 luglio 2026

Dentro l’intelligenza artificiale Claude di Anthropic, gli esperti hanno svelato un particolare e innovativo spazio chiamato “global workspace”. Si tratta di un insieme ridotto di stati interni che la tecnologia Jacobian lens rende leggibili. Questa scoperta è il risultato di ricerche approfondite che permettono di interpretare non solo le domande e le risposte, ma anche i processi decisionali invisibili che l’AI esegue in tempo reale.

Come funziona il global workspace?

Il global workspace di Claude è un'architettura complessa che sembra funzionare come una sorta di “cervello centrale” che gestisce le informazioni in entrata, le processa e invia risposte mirate. Esistono poche decine di concetti chiave che l’AI utilizza per costruire comprensione. Questi concetti includono l’inganno, la rilevanza del prompt, le eventuali manipolazioni e i sottili tentativi di “prompt injection” — pratiche in cui gli utenti cercano di guidare l’AI in modi non previsti.

Immaginate di poter vedere non solo le parole di una persona, ma anche i pensieri dietro le parole: i sospetti che tiene nascosti, i dubbi che non esprime, le interpretazioni alternative che scarta. Con gli uomini è impossibile; con Claude, per la prima volta, si sta riuscendo non solo a immaginarlo, ma anche a osservarlo. Questa capacità offre nuove prospettive su come l'intelligenza artificiale può evolvere, diventando un partner fidato nelle decisioni complesse e nella comunicazione critica.

I commenti di Walter Quattrociocchi

Gli esperti del settore hanno espresso pareri contrastati. Walter Quattrociocchi, studioso di tecnologie emergenti, commenta: “Descrivere meglio una computazione non significa però che comprendiamo appieno la natura del fenomeno che quella computazione produce”. Le sue parole sottolineano la differenza che esiste tra capire i meccanismi e comprendere il senso di un comportamento. Questo spinge a un maggiore studio non solo su come funzionano i modelli di AI, ma anche su cosa questi modelli rappresentano in termini culturali, filosofici e sociali.

Secondo lui, l’AI sta aprendo nuove frontiere, ma anche nuovi problemi etici e tecnici. Ecco perché la sua attenzione non è solo tecnica, ma spinge verso la riflessione su come l’uso di questi modelli possa cambiare il modo in cui percepiamo la realtà e prendiamo decisioni.

Gli spunti di Fabio Lalli

Fabio Lalli, consulente in innovazione e trasformazione digitale, ha una visione chiara su come l’AI possa cambiare l’approccio aziendale. Nella sua carriera, ha fondato e guidato realtà tecnologiche, tra cui Iconico e ZeroFive.ai, studiando da vicino l’impatto dell’AI nella progettazione di nuovi prodotti, servizi e modelli operativi.

Il suo lavoro è incentrato sull’adozione strategica dell’intelligenza artificiale nei processi di business. “Oggi non si tratta più di se usare o no l’AI, ma di come farlo nel miglior modo possibile,” dice. “Dare voce ai dati, rendere interpretabile l’output e costruire una collaborazione intelligente tra uomo e macchina sta diventando non solo fondamentale, ma inevitabile.”

    • La trasformazione richiede nuove competenze tecnologiche, non solo operative.
    • L’AI è un’opportunità per migliorare l’efficienza operativa, ridurre sprechi e personalizzare il servizio al cliente.
    • Ma richiede anche una struttura organizzativa flessibile e una visione di lungo termine.

Fabio lavora fianco a fianco con aziende su temi di AI transformation, suggerendo strumenti e framework organizzativi che permettono di misurare impatto e performance delle tecnologie.

Il futuro dell’AI e la collaborazione umana

L’individuazione del global workspace di Claude apre porte significative. Ora si può iniziare a mappare la decision-making flow di un modello AI, capire come riconosce manipolazioni e come interpreta gli input. Questo permette, ad esempio, di rivedere architetture di modelli, migliorando la trasparenza e la sicurezza. Ognuno può sviluppare algoritmi che non solo rispondono bene, ma si comportano correttamente.

Come sottolineano i ricercatori, questa scoperta è il preludio a nuovi studi su modelli più avanzati e, possibilmente, su come creare sistemi collaborativi in cui uomo e AI siano veri partner, non solo strumenti tra loro disuniti.

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