Acemoglu: se l’AI indebolisce il lavoro, chi difende la democrazia?
Introduzione
Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia, ha pubblicato ad agosto 2026 What Happened to Liberal Democracy? Remaking a Politics of Shared Prosperity con Penguin Random House. Nel volume collega la crisi della democrazia liberale a un cambiamento strutturale: la rottura del tradizionale rapporto tra crescita delle imprese, creazione di posti di lavoro e rappresentanza politica. Per Acemoglu, l’automazione digitale e, in particolare, l’intelligenza artificiale (AI) hanno interrotto questo legame, rendendo necessario ripensare le istituzioni democratiche.
Il legame storico tra crescita e occupazione
Nel periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, secondo Acemoglu, esisteva una “formula industriale della prosperità condivisa”. Le imprese espandendosi richiedevano più manodopera; in una democrazia libera l’unico modo per ottenere più lavoro era pagare salari più alti. Questo meccanismo generava una crescita che si traduceva automaticamente in benessere diffuso, senza che fosse necessario un intervento politico diretto.
L’impatto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale
Le tecnologie digitali hanno reciso il legame tra crescita e occupazione. Oggi un’azienda può aumentare la produttività e ridurre simultaneamente il personale, perché le macchine svolgono compiti tradizionalmente umani. L’AI, progettata per superare le capacità umane in ogni attività, rappresenta il culmine di questo processo. Acemoglu avverte che, se la tendenza continua, la “prosperità condivisa” diventerà una fantasia e la democrazia liberale perderà il suo fondamento materiale.
Conseguenze politiche della rottura del legame
Il legame tra crescita e lavoro non produsse solo salari più alti; generò anche concentrazione di lavoratori, contatti quotidiani, organizzazione sindacale, potere contrattuale e rappresentanza politica. Quando quel legame si spezza, non solo diminuisce la quota di reddito destinata al lavoro, ma viene erosa la base sociale che rendeva politicamente esigibile qualsiasi agenda a favore dei lavoratori. Senza una classe operativa numerosa e coesa, le richieste di redistribuzione perdono peso.
La ricostruzione storica proposta da Acemoglu
Nel libro, Acemoglu ricostruisce come la società post‑industriale abbia separato i fattori uniti dall’economia industriale. Matt Lucky, ricercatore dello Stigler Center, sintetizza il processo: la produzione di massa concentrava i lavoratori in città e fabbriche, creando solidarietà e il movimento sindacale. Parallelamente, l’istruzione superiore ha prodotto un’élite che vive e lavora in contesti diversi, riducendo la capacità di comprendere le condizioni dei lavoratori non qualificati. L’automazione ha colpito soprattutto i lavori manuali, mentre l’informatica ha favorito i laureati, generando stagnazione dei redditi per chi non ha proseguito gli studi.
Critica all’élite post‑industriale
Acemoglu accusa l’élite istruita di aver abbandonato i principi fondamentali del liberalismo: autogoverno, prosperità condivisa e rispetto per le classi più deboli. Secondo l’autore, l’élite ha sostituito questi valori con l’imposizione di un proprio modello culturale, basato su una versione ipotetica del contratto sociale di Rousseau, Kant e Rawls, che privilegia il consenso teorico rispetto a quello reale, ottenuto attraverso discussione e deliberazione pubblica.
Politiche per orientare l’AI verso i lavoratori
Acemoglu, insieme a David Autor e Simon Johnson, ha firmato a febbraio un documento per la Brookings Institution in cui evidenzia gli incentivi distorti che spingono le imprese verso l’automazione. Le aziende con rapporti conflittuali con la forza lavoro hanno interesse a ridurre la dipendenza da lavoratori qualificati, mentre gli sviluppatori di AI costruiscono modelli di business focalizzati sull’automazione aziendale. Il mercato, lasciato a sé stesso, tende quindi alla sostituzione del lavoro umano.
Il documento propone invece di:
- creare regole che obbligino le imprese a valutare l’impatto occupazionale prima di adottare nuove tecnologie,
- offrire incentivi fiscali alle aziende che sviluppano soluzioni AI volte a potenziare le competenze umane,
- istituire fondi pubblici per la formazione continua dei lavoratori colpiti dall’automazione.
Libertà di espressione e algoritmi
Acemoglu sostiene una posizione assolutista sulla libertà di espressione per le persone, anche quando queste esprimono opinioni intolleranti o errate. Tuttavia, afferma che la stessa libertà non si applica agli algoritmi. Regolare le piattaforme digitali per limitare la amplificazione di contenuti fuorvianti è, secondo l’autore, necessario per preservare il significato stesso della libertà di espressione: una democrazia non può sopravvivere se i cittadini non ricevono informazioni accurate.
Il liberalismo della classe operaia
Il capitolo conclusivo, intitolato “Working Class Liberalism”, definisce un liberalismo orientato alle persone comuni anziché alle élite. Tre elementi fondamentali costituiscono la proposta di Acemoglu:
- crescita economica inclusiva: l’intera società beneficia dei guadagni produttivi,
- servizi pubblici di qualità e accessibili,
- autogoverno reale: non solo dichiarato, ma praticato tramite assemblee dei cittadini, riunioni locali e forme di democrazia deliberativa.
La comunità assume un ruolo centrale perché è il luogo in cui l’autogoverno si concretizza. Lucky descrive una struttura a due livelli: al vertice, l’autogoverno comunitario deliberativo; al livello inferiore, un nucleo di libertà fondamentali non negoziabili, a partire dalla libertà di espressione, che garantisce la possibilità di una deliberazione autentica.
Implementazione pratica in Italia
Per tradurre le idee di Acemoglu nel contesto italiano, occorre:
- riformare il mercato del lavoro introducendo obblighi di valutazione dell’impatto occupazionale delle nuove tecnologie,
- potenziare i sindacati e le organizzazioni di base per ricostruire il contatto quotidiano tra lavoratori,
- creare piattaforme di democrazia partecipativa